
Dal punto di vista tecnico, l’installazione Le radici del tempo è realizzata in metallo preventivamente deformato a caldo e successivamente rifinito con l’applicazione manuale di foglie decorative. Le dimensioni dell’opera sono approssimativamente le seguenti: due elementi radice, rispettivamente di circa 500 × 500 mm e 1000 × 2000 mm, e un disco con diametro di circa 1400 mm. Tutte le misure sono da intendersi indicative. Il materiale utilizzato è il metallo.
Il Tempo: tra memoria e dimenticanza
di Antonello Marotta
Le Radici del Tempo, opera di Paolo Mezzadri, indaga la dimensione profonda del tempo, contemporaneamente millenaria e soggettiva, in grado di essere percepita in maniera personale, configurandosi come un viaggio di attraversamenti tra le figure del labirinto e quelle delle radici. Tale concezione richiede il coraggio, la visione e la determinazione di chi osserva.
L’artista Mezzadri compie un percorso dentro il Mito e lo fa con la consapevolezza del presente, in un’ottica in grado di rileggere il Novecento mediante le interpretazioni di Franz Kafka e di Albert Camus. Questi scrittori avevano messo in crisi una lettura sequenziale della memoria e introdotto nuove immagini in grado di intrecciare il tempo antico e renderlo di nuovo presente. Camus, nato in Algeria nel 1913, aveva raccontato i problemi che affiorano nella coscienza umana. Nel 1942 scrisse, appena trentenne, Il mito di Sisifo, in cui offriva un’interpretazione della “filosofia dell’assurdo”, sulla scia della letteratura di Kafka, di Gide, passando per l’esistenzialismo di Kierkegaard e il nichilismo di Nietzsche, mettendo a fuoco la crisi di coscienza che segna il Novecento.
Camus intende dimostrare che le diverse dottrine dell’esistenzialismo, nel rovesciamento dell’assurdo, miravano a costruire una speranza. Questa speranza è, per lo scrittore, libera da ogni metafisica. Lo scrittore ci offre una prospettiva dell’assurdo: “Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo familiare; ma, viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l’uomo e la sua vita, fra l’attore e la scena, è propriamente il senso dell’assurdo” (Camus, 2005).
L’assurdo non si pone come esito terminale ma come punto di partenza per interpretare la storia non come un contenitore acritico, ma come contemporanea a se stessa, in cui i problemi e la crisi dell’individuo emergono in tutta la loro forza. Camus interpreta il mito, ma lo rende senza tempo, lo smonta e lo ricompone in una nuova figura.
Il mito di Sisifo, in questo, diventa metafora di una dimensione interiore, forse inspiegabile. Secondo Camus, “I miti sono fatti perché l’immaginazione li animi”. Esso si pone concettualmente in antitesi a qualsiasi tentativo di liberazione nostalgica o di fuga nell’Arcadia.
Sisifo è condannato negli inferi per aver svelato alcuni segreti degli dèi. La sua condizione “tragica” consiste nel recuperare dal fondo degli abissi un masso che, con uno sforzo titanico, con le mani coperte di creta, riporta sulla sommità. Una volta raggiunta la meta, Sisifo vede la pietra rotolare di nuovo in un processo senza fine. Camus è interessato alla ridiscesa dell’eroe, in quello stadio del ripensamento che è, per lo scrittore, la dimensione della coscienza. “In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dèi, egli è superiore al proprio destino. È più forte del suo macigno” (Camus, 2005). Mentre l’iconografia classica mostra l’eroe nello sforzo di portare il sasso sulla sommità, Camus ribalta il mito, per concepire la sua azione come ridiscesa e come atto di coscienza.
Paolo Mezzadri compie un lavoro sulla memoria che è diversa dal passato, in quanto si colora del presente, vive e intreccia le esperienze, le riscrive per poter esistere. Il passato mostra ciò che è stato e ciò che è scomparso. La memoria interroga il tempo, lo richiama a sé stesso come un pressante bisogno di ridefinizione.
Il mythos è un ambiente polivalente, capace di acquistare nuovi sensi al variare del tempo. Károly Kerényi ricorda che nel mondo greco esistevano due fiumi: la sorgente di Mnemosine e la casa di Lete, lo spazio della dimenticanza. Insieme, Kronos e Kairos definiscono la geografia dell’individuo. Il primo è un tempo sequenziale e quantitativo, il secondo mentale e indeterminato. La mente deve ricordare e deve dimenticare per mantenere un equilibrio (Kerényi, 1963).
I fiumi raccontavano la dimensione della vita e della morte, come due facce della stessa medaglia. Il lavoro di Mezzadri si rivolge, di conseguenza, ai temi del ricordo e della dimenticanza. In tal senso, nel suo lavoro, la storia, intesa come esperienza viva, non può essere concepita come un processo selettivo del potere. È memoria di cose non concluse.
L’opera di Paolo Mezzadri richiama così il processo del costruire e ricostruire, del prendersi carico di un tempo passato da rileggere e valorizzare con consapevolezza. È un invito a riappropriarsi del proprio passato, riportandolo in una dimensione capace di raccontare e di far riflettere sul patrimonio del nostro tempo, individuale e personale.
Analizzando l’opera di Mezzadri, Le Radici del Tempo, comprendiamo alcuni ulteriori strati del suo lavoro concettuale e formale.
Il disco centrale si presenta come un grande orologio privo di lancette: un tempo non misurato, ma vissuto. Un tempo personale, da abitare e da condividere, che sfugge alla linearità per diventare esperienza. Il disco è impenetrabile, come la forma del cerchio, quella più potente perché esclude la possibilità, all’occhio che indaga, di poter fuoriuscire dalla sua forma perfetta.
Le due reti che compongono l’opera scultorea mostrano, invece, la permeabilità della dimensione interna della coscienza, esperienziale e spirituale al contempo. Mentre la lastra del tempo esclude un’interazione, quasi muta e cieca, la rete rappresenta la nostra capacità di accogliere la durata e, con essa, le esperienze connesse.
L’opera Le radici del Tempo di Paolo Mezzadri fa parte integrante della ricerca artistica dell’autore, caratterizzata da una dimensione espressiva centrata sull’utilizzo del ferro come materia primaria, simbolica e francescana.
La produzione artistica di Mezzadri si distingue per la capacità di trasformare un materiale industriale e strutturale in un linguaggio espressivo, attraverso lavorazioni che includono piegature, torsioni e deformazioni, generando forme che oscillano tra equilibrio, tensione e instabilità.
Come evidenziato anche nella lettura critica di Donatella Migliore, l’opera di Mezzadri nasce da una riflessione sul rapporto tra materia e linguaggio, dove elementi come lettere, segni e forme umane diventano espressione di una tensione interiore e sociale. Il ferro, da supporto strutturale, si trasforma in veicolo emotivo: il segno e il gesto prendono corpo, diventando visibili e tangibili.
L’opera in oggetto presenta quindi un valore artistico e culturale rilevante, in quanto esprime in modo coerente e riconoscibile i tratti distintivi della ricerca dell’artista Mezzadri, unendo forza materica e contenuto concettuale. Ne emerge, come evidenziato, una concezione artistica che invoca sia i ricordi sia le dimenticanze. Un oblio in grado così di rinnovare il pensiero, per renderlo parte attiva e integrata del nostro presente: tra lastre impenetrabili e reti permeabili, come, in fondo, è anche la vita individuale, composta da strati diversificati.
Dal punto di vista tecnico, l’installazione è realizzata in metallo preventivamente deformato a caldo e successivamente rifinito con l’applicazione manuale di foglie decorative. Le dimensioni dell’opera sono approssimativamente le seguenti: due elementi radice, rispettivamente di circa 500 × 500 mm e 1000 × 2000 mm, e un disco con diametro di circa 1500 mm. Tutte le misure sono da intendersi come indicative.
Il ferro per Mezzadri è, da un lato, una materia nobile e, dall’altro, fragile. Nelle sue lavorazioni l’artista indica un punto di debolezza e di snervamento della materia, come se essa rivendicasse una dimensione interiore, inconscia ed esistenziale. La materia è corrugata, la superficie mostra eventi stratificati nel tempo come un’archeologia. Il ferro è arrugginito, tale da apparire ossidato, antico e corroso. Mezzadri è in grado di rendere la materia vivente, di operare per coppie dialettiche e contraddittorie, in modo che il tempo non sia solo quello assoluto e immutabile della storia perenne, ma anche quello personale, istintivo e relazionale del tempo presente, come un momento di attesa di eventi possibili. La materia diventa intreccio di fili, come accade per i pensieri che affollano la mente, mentre la lastra del tempo mostra la solidità delle radici. È in questa dimensione che l’opera di Mezzadri si rende tanto assoluta quanto umana.
Riferimenti bibliografici
Albert Camus, Il mito di Sisifo [1942], trad. it. di Attilio Borelli, Tascabili Bompiani, Bergamo, 2005.
Károly Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia. Il racconto del mito, la nascita delle civiltà, Il Saggiatore, Milano, 1963.