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Disgelo

Aprile 22, 2026 / no comments

Dal punto di vista tecnico, l’installazione Le radici del tempo è realizzata in metallo preventivamente deformato a caldo e successivamente rifinito con l’applicazione manuale di foglie decorative. Le dimensioni dell’opera sono approssimativamente le seguenti: due elementi radice, rispettivamente di circa 500 × 500 mm e 1000 × 2000 mm, e un disco con diametro di circa 1400 mm. Tutte le misure sono da intendersi indicative. Il materiale utilizzato è il metallo.

Il Tempo: tra memoria e dimenticanza
di Antonello Marotta

Le Radici del Tempo, opera di Paolo Mezzadri, indaga la dimensione profonda del tempo, contemporaneamente millenaria e soggettiva, in grado di essere percepita in maniera personale, configurandosi come un viaggio di attraversamenti tra le figure del labirinto e quelle delle radici. Tale concezione richiede il coraggio, la visione e la determinazione di chi osserva.

L’artista Mezzadri compie un percorso dentro il Mito e lo fa con la consapevolezza del presente, in un’ottica in grado di rileggere il Novecento mediante le interpretazioni di Franz Kafka e di Albert Camus. Questi scrittori avevano messo in crisi una lettura sequenziale della memoria e introdotto nuove immagini in grado di intrecciare il tempo antico e renderlo di nuovo presente. Camus, nato in Algeria nel 1913, aveva raccontato i problemi che affiorano nella coscienza umana. Nel 1942 scrisse, appena trentenne, Il mito di Sisifo, in cui offriva un’interpretazione della “filosofia dell’assurdo”, sulla scia della letteratura di Kafka, di Gide, passando per l’esistenzialismo di Kierkegaard e il nichilismo di Nietzsche, mettendo a fuoco la crisi di coscienza che segna il Novecento.

Camus intende dimostrare che le diverse dottrine dell’esistenzialismo, nel rovesciamento dell’assurdo, miravano a costruire una speranza. Questa speranza è, per lo scrittore, libera da ogni metafisica. Lo scrittore ci offre una prospettiva dell’assurdo: “Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo familiare; ma, viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l’uomo e la sua vita, fra l’attore e la scena, è propriamente il senso dell’assurdo” (Camus, 2005).

L’assurdo non si pone come esito terminale ma come punto di partenza per interpretare la storia non come un contenitore acritico, ma come contemporanea a se stessa, in cui i problemi e la crisi dell’individuo emergono in tutta la loro forza. Camus interpreta il mito, ma lo rende senza tempo, lo smonta e lo ricompone in una nuova figura.

Il mito di Sisifo, in questo, diventa metafora di una dimensione interiore, forse inspiegabile. Secondo Camus, “I miti sono fatti perché l’immaginazione li animi”. Esso si pone concettualmente in antitesi a qualsiasi tentativo di liberazione nostalgica o di fuga nell’Arcadia.

Sisifo è condannato negli inferi per aver svelato alcuni segreti degli dèi. La sua condizione “tragica” consiste nel recuperare dal fondo degli abissi un masso che, con uno sforzo titanico, con le mani coperte di creta, riporta sulla sommità. Una volta raggiunta la meta, Sisifo vede la pietra rotolare di nuovo in un processo senza fine. Camus è interessato alla ridiscesa dell’eroe, in quello stadio del ripensamento che è, per lo scrittore, la dimensione della coscienza. “In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dèi, egli è superiore al proprio destino. È più forte del suo macigno” (Camus, 2005). Mentre l’iconografia classica mostra l’eroe nello sforzo di portare il sasso sulla sommità, Camus ribalta il mito, per concepire la sua azione come ridiscesa e come atto di coscienza.

Paolo Mezzadri compie un lavoro sulla memoria che è diversa dal passato, in quanto si colora del presente, vive e intreccia le esperienze, le riscrive per poter esistere. Il passato mostra ciò che è stato e ciò che è scomparso. La memoria interroga il tempo, lo richiama a sé stesso come un pressante bisogno di ridefinizione.

Il mythos è un ambiente polivalente, capace di acquistare nuovi sensi al variare del tempo. Károly Kerényi ricorda che nel mondo greco esistevano due fiumi: la sorgente di Mnemosine e la casa di Lete, lo spazio della dimenticanza. Insieme, Kronos e Kairos definiscono la geografia dell’individuo. Il primo è un tempo sequenziale e quantitativo, il secondo mentale e indeterminato. La mente deve ricordare e deve dimenticare per mantenere un equilibrio (Kerényi, 1963).

I fiumi raccontavano la dimensione della vita e della morte, come due facce della stessa medaglia. Il lavoro di Mezzadri si rivolge, di conseguenza, ai temi del ricordo e della dimenticanza. In tal senso, nel suo lavoro, la storia, intesa come esperienza viva, non può essere concepita come un processo selettivo del potere. È memoria di cose non concluse.

L’opera di Paolo Mezzadri richiama così il processo del costruire e ricostruire, del prendersi carico di un tempo passato da rileggere e valorizzare con consapevolezza. È un invito a riappropriarsi del proprio passato, riportandolo in una dimensione capace di raccontare e di far riflettere sul patrimonio del nostro tempo, individuale e personale.

Analizzando l’opera di Mezzadri, Le Radici del Tempo, comprendiamo alcuni ulteriori strati del suo lavoro concettuale e formale.

Il disco centrale si presenta come un grande orologio privo di lancette: un tempo non misurato, ma vissuto. Un tempo personale, da abitare e da condividere, che sfugge alla linearità per diventare esperienza. Il disco è impenetrabile, come la forma del cerchio, quella più potente perché esclude la possibilità, all’occhio che indaga, di poter fuoriuscire dalla sua forma perfetta.

Le due reti che compongono l’opera scultorea mostrano, invece, la permeabilità della dimensione interna della coscienza, esperienziale e spirituale al contempo. Mentre la lastra del tempo esclude un’interazione, quasi muta e cieca, la rete rappresenta la nostra capacità di accogliere la durata e, con essa, le esperienze connesse.

L’opera Le radici del Tempo di Paolo Mezzadri fa parte integrante della ricerca artistica dell’autore, caratterizzata da una dimensione espressiva centrata sull’utilizzo del ferro come materia primaria, simbolica e francescana.

La produzione artistica di Mezzadri si distingue per la capacità di trasformare un materiale industriale e strutturale in un linguaggio espressivo, attraverso lavorazioni che includono piegature, torsioni e deformazioni, generando forme che oscillano tra equilibrio, tensione e instabilità.

Come evidenziato anche nella lettura critica di Donatella Migliore, l’opera di Mezzadri nasce da una riflessione sul rapporto tra materia e linguaggio, dove elementi come lettere, segni e forme umane diventano espressione di una tensione interiore e sociale. Il ferro, da supporto strutturale, si trasforma in veicolo emotivo: il segno e il gesto prendono corpo, diventando visibili e tangibili.

L’opera in oggetto presenta quindi un valore artistico e culturale rilevante, in quanto esprime in modo coerente e riconoscibile i tratti distintivi della ricerca dell’artista Mezzadri, unendo forza materica e contenuto concettuale. Ne emerge, come evidenziato, una concezione artistica che invoca sia i ricordi sia le dimenticanze. Un oblio in grado così di rinnovare il pensiero, per renderlo parte attiva e integrata del nostro presente: tra lastre impenetrabili e reti permeabili, come, in fondo, è anche la vita individuale, composta da strati diversificati.

Dal punto di vista tecnico, l’installazione è realizzata in metallo preventivamente deformato a caldo e successivamente rifinito con l’applicazione manuale di foglie decorative. Le dimensioni dell’opera sono approssimativamente le seguenti: due elementi radice, rispettivamente di circa 500 × 500 mm e 1000 × 2000 mm, e un disco con diametro di circa 1500 mm. Tutte le misure sono da intendersi come indicative.

Il ferro per Mezzadri è, da un lato, una materia nobile e, dall’altro, fragile. Nelle sue lavorazioni l’artista indica un punto di debolezza e di snervamento della materia, come se essa rivendicasse una dimensione interiore, inconscia ed esistenziale. La materia è corrugata, la superficie mostra eventi stratificati nel tempo come un’archeologia. Il ferro è arrugginito, tale da apparire ossidato, antico e corroso. Mezzadri è in grado di rendere la materia vivente, di operare per coppie dialettiche e contraddittorie, in modo che il tempo non sia solo quello assoluto e immutabile della storia perenne, ma anche quello personale, istintivo e relazionale del tempo presente, come un momento di attesa di eventi possibili. La materia diventa intreccio di fili, come accade per i pensieri che affollano la mente, mentre la lastra del tempo mostra la solidità delle radici. È in questa dimensione che l’opera di Mezzadri si rende tanto assoluta quanto umana.

Riferimenti bibliografici
Albert Camus, Il mito di Sisifo [1942], trad. it. di Attilio Borelli, Tascabili Bompiani, Bergamo, 2005.
Károly Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia. Il racconto del mito, la nascita delle civiltà, Il Saggiatore, Milano, 1963.

A me le nuvole fanno impazzire

Aprile 9, 2026 / no comments

“A me le nuvole fanno impazzire”
Arte e architettura in dialogo a Mantova

Dal 23 aprile al 13 giugno 2026, lo spazio espositivo Spazio Arrivabene 2 a Mantova ospita la mostra “A me le nuvole fanno impazzire”, un progetto che mette in relazione arte e architettura attraverso il dialogo tra Paolo Mezzadri e D. Costi.

L’esposizione, realizzata in collaborazione con la Fondazione Architetti Mantova, propone un percorso in cui materia, segno e struttura si intrecciano, offrendo una riflessione visiva sul rapporto tra forma, tempo e percezione.

Il debutto ufficiale è previsto per venerdì 8 maggio alle ore 18, momento che segna l’apertura di un’esperienza espositiva capace di coinvolgere tanto chi si occupa di progettazione quanto chi si avvicina all’arte contemporanea con curiosità.

La mostra è visitabile presso Spazio Arrivabene 2, in via Arrivabene 2 a Mantova, nei seguenti orari:
da giovedì a sabato, 10.00–12.30 e 16.00–19.30.

Un’occasione interessante per osservare da vicino come linguaggi diversi possano incontrarsi e generare nuove letture del presente.


locandina a me le nuvole fanno impazzire

Disgelo

Marzo 26, 2026 / no comments

Nino sagomava. Abilmente, ma senza fine, “altro”.
Le lettere sagomabili ascoltavano freddo e ghiaccio.
E in quel passaggio silenzioso — tra ciò che era e ciò che diventa — forse c’è il senso più vicino a quello che stiamo cercando.

Non trattenere. Lascia accadere.
Il tempo dava respiro.
Il silenzio era tutto il resto.

La cara ombra

Febbraio 26, 2026 / no comments

Un dialogo tra Ivan Paterlini e Paolo Mezzadri

Paolo, oggi inizierei a parlare con te di processi di creazione. Una parola che spesso si usa, forse troppo, forse abusata. Ma quando diciamo “creativo”, di cosa stiamo parlando davvero? Per è una questione fondamentale fare ricerca e studi in questo ambito perché penso sia vicinissimo con il mio essere ed esercitare la professione di psicoterapeuta e psicoanalista… Cosa accade, dentro di te, quando ti scopri immerso in un processo creativo?

Paolo Mezzadri
Succede quando mi trovo dentro qualcosa che non conosco. Quando sto male, quando il dolore bussa forte, cerco una via per salvarmi — e la trovo solo attingendo al mio materiale interiore. Ma non è solo sintomo, sarebbe estremamente riduttivo… Creare è un modo di respirare sott’acqua. È il mio salvataggio e la mia visione.

Ivan Paterlini
È come se l’atto creativo fosse una riparazione — come se plasmando una forma esterna, risanassimo qualcosa dentro di noi.

Paolo Mezzadri
Sì. È come aggrapparsi al buio senza sapere cosa accadrà. Eppure, in quel non sapere, io mi ritrovo e trovo un senso. Quando lavoro con il ferro, sporco tutto. E quello “sporcare” mi fa bene. Perché mi riconosco in quella macchia: io stesso sono fatto di quella materia ruvida. Il ferro mi somiglia. Ne sento la voce familiare. E il dialogo che nasce tra me e lui è sincero — non c’è giudizio, solo presenza.

Ivan Paterlini
Nel processo creativo, allora, c’è anche un incontro con l’ombra. Tu la chiami “sporco”. È come se l’arte unisse la bellezza e la parte silenziosa e oscura, da cui tutto nasce.

Paolo Mezzadri
Io la chiamo la cara ombra. È solo quando la incontro che inizio a calmarmi. Parto da una ferita, ma quando intravedo la cara ombra sento che posso finalmente lasciarmi andare, creare. Sempre con lentezza, come un passo e poi un silenzio. Perché la cara ombra è fragile, potrebbe dissolversi in ogni momento.

Ivan Paterlini
L’ombra non è solo oscurità. È anche memoria dei primi anni, delle presenze antiche che ci hanno forgiati. Memorie che si annidano nel corpo, come fili invisibili. E forse, nel creare, andiamo a ripescare proprio quel mondo primordiale: fatto di gesti, calore, suoni, luci perdute.

Sì… Credo che il mio dolore o il mio percepire il mondo sia un passaggio obbligato verso quella cara ombra. È il rito d’ingresso, è un rito .

Ivan Paterlini
È l’attivazione simbolica, direi, come le parole dei poeti che si sentono nel corpo per farci vedere il cielo.

Paolo Mezzadri
Esatto. Senza quel dolore iniziale, non comincio. Ci sono settimane — a volte mesi — in cui cerco la mia ombra, ma non posso richiamarla. Arriva solo quando vuole.

Ivan Paterlini
Sai, i figli di Bergman, il grande regista, raccontano che il padre, quando smise di sentire i suoi sintomi spesso ossessivi e molto condizionanti, smise anche di fare cinema. Forse la creatività è anche una memoria antica, che passa di generazione in generazione, silenziosa. E qualcuno, a un certo punto, sente il bisogno di darle voce

Paolo Mezzadri
Sì. Io potevo rimanere bloccato nel malessere, ma scavando ho scoperto che la cara ombra era sorella, era amica, era parte di me, mi rivedo in altro modo.

Ivan Paterlini
Allora l’opera non è un sintomo del dolore, come qualcuno potrebbe pensare. È qualcos’altro: uno scarto, un ponte tra la ferita e la sua trasformazione. È in quello spazio che nasce e nutre, lo spazio sacro del creare.

Paolo Mezzadri
Sì, il dolore è solo lo spogliatoio dove mi cambio, per entrare in un altro mondo. Senza passare di lì, non potrei cominciare.

Ivan Paterlini
Nelle tue opere sento anche l’eco del gioco — quella forza che sembra infantile, ma è serissima. Come se dentro l’artista vivesse un bambino che continua a giocare, a giocare, a giocare…per comprendere sempre meglio la vita, o forse solo per avvicinarla un po’ di più.

Paolo Mezzadri
Mi tocca molto quanto stai dicendo. Io gioco ancora con i miei giochi. Mi salvano. Mi riportano indietro, ma anche avanti. Ogni mio oggetto nasce per essere giocato. Il gioco mi fa respirare.

L’adulto spesso non capisce: spostare un oggetto da una parete all’altra per lui è fatica, per un bambino è creazione.

Ivan Paterlini
Nel gioco un oggetto diventa universo: il piccolo si fa grande!

Paolo Mezzadri
Se mantieni dentro di te il gioco, vedi mondi ovunque: una nuvola, una crepa nel muro, un granello di sabbia. Tutto diventa possibilità, un gioco possibile.

Ivan Paterlini
E i sogni? Come si intrecciano con l’ombra e il gioco nella tua vita creativa?

Paolo Mezzadri
Nei miei sogni ci sono sempre i miei giochi. Anche nei più spaventosi, trovo una scatola di soldatini o una macchinina. Il gioco calma il buio. È come se mi permettesse di guardare l’inguardabile, senza esserne travolto.

Ivan Paterlini
Attraverso il gioco, possiamo dunque parlare anche dell’ombra. È un linguaggio universale che ci consente di “giocare” con l’ombra.

Paolo Mezzadri
Sì. Il gioco unisce le persone. È condivisione, è riparazione, è corpo e accettazione dell’errore.

Ivan Paterlini
Dunque: imperfezione.

Paolo Mezzadri
Totale. Il gioco è l’imperfezione totale. Quando giochi, le cose cadono, si rompono… ma non importa: cadere fa parte del ritmo.

Ivan Paterlini
Allora tu cerchi l’interezza, non la perfezione.

Paolo Mezzadri
Già. La perfezione non la capisco. È una lingua che non ho imparato. Ci sono le grande opere del passato che forse richiamano un’idea geometrica di perfezione, ma io non le capisco.

Per me, uno più uno è… blu.

Ivan Paterlini
Blu?

Paolo Mezzadri
Sì. Uno più uno è blu.

Ivan Paterlini
È un bel blu.

Paolo Mezzadri
È un bellissimo blu.

Ivan Paterlini
Quindi, la vita, vista attraverso l’arte, non si misura con numeri. È esperienza, è circolarità, è respiro che si rinnova come una tenda che monti e smonti ogni giorno.

Paolo Mezzadri
Sì… È una bella pagina

Sì, una pagina da cui, magari, ripartiremo la prossima volta.

Paolo Mezzadri
Con grande piacere!

 

Nel laboratorio del silenzio

Febbraio 26, 2026 / no comments

Paolo, dove eravamo rimasti? Pensavo che un tema importante che attraversa ogni percorso di cura sia quello del silenzio, come quello che si può incontrare nelle tue opere, cosi come nell’incontro, ad esempio, con le opere di Claudio Parmiggiani,…questa esperienza la si può incontrare e vivere quando interrompiamo le nostre aspettative nei confronti dell’altro. Forse sarebbe meglio parlare di rifocalizzazione sonora, un suono diverso, più naturale rispetto al frastuono del nostro sguardo carico di pregiudizi e rumori.

Paolo Mezzadri
Mi rendo conto, col tempo, che il silenzio è l’unico vero antidoto alle brutture.

Non urla, non pretende, non spiega nulla.

Ti avvolge, semplicemente. È come entrare in un grande involucro trasparente, dove tutto finalmente tace. Lì dentro qualcosa cambia. Non serve sforzo, almeno per me: ci entro quasi senza accorgermene. E quando ci sono, sento arrivare le percezioni più sottili, quelle che accompagnano il viaggio, che ti fanno compagnia anche quando non c’è nessuno. È come se, in quel silenzio, una parte invisibile del mondo si facesse più vicina, come se presenze leggere, spiriti benevoli, camminassero accanto a me, senza rumore.

E allora capisco che non sono mai solo — solo immerso nel respiro del silenzio.

Ivan Paterlini
Un silenzio-ascolto davanti alle tue opere di ferro e ruggine dorata, così come si può vivere “ascoltando” 4’33” da John Cage. Silenzio-ascolto tendente a oltrepassare il rumore e la miopia della coscienza collettiva esasperata e satura di stimoli spesso percepiti solo come opportunità. Un suono più ricco, più vitale, più libero di ingaggiare altri sensi, più in sintonia con i ritmi che ricordano l’origine. Per origine intendo quel insieme complesso di significati inconsci familiari e culturali che planano su uno sfondo mitico e che sanno alimentare aree fantasmatiche non accessibili alla coscienza, ma che sono fortemente presenti, ad esempio, nel manifestarsi delle tue opere. Qualcosa che ci proietta all’inizio, ancora prima della nascita…

Paolo Mezzadri
Il silenzio è un cuscinetto sottile che ti permette di prendere fiato. Ti concede lo spazio per comprendere ciò che è stato e accogliere ciò che verrà. Nel suo respiro sospeso puoi raccoglierti, ritrovare il tuo nucleo più autentico, lasciando scorrere, senza trattenerle, le energie — positive o negative —che si agitano subito dopo ogni accadimento. Credo che la maturità di una persona si misuri anche così: nella capacità di abitare la neutralità del proprio silenzio.

Perché il silenzio non è assenza, ma un laboratorio segreto: un luogo dove le esperienze si mescolano, si ricompongono e diventano materia viva di consapevolezza.

Il silenzio è la nostra libreria primordiale, il luogo dove tutto è già accaduto e dove, allo stesso tempo, tutto può ancora germogliare. È lì che impariamo a guardare diversamente, a cogliere altre visioni, altre sfumature, altri attimi.

Ivan Paterlini
Le tue opere Paolo mi riconducono ad alcuni lavori significativi di Dubuffet, i Phénomènes, il più importate ciclo litografico dell’artista e una delle rappresentazioni più imponenti dell’informale materico, una sorta di resistenza radicale alle macchine e alle varie AI…siamo nella sfera dei contenuti cellulari, organici, genetici, lontano dai prodotti artificiali della “civiltà”. Guardando le tue sculture di ferro si sente l’urgenza di ricontattare una nuda umanità con i primi e fondamentali movimenti di vita. Una vocazione fenomenica dedita alla vita e ai vissuti, che non può prescindere dal corpo e da tutti i suoi organi sensoriali, anche per chi osserva e vive le tue opere. Vittorio Gallese, noto neuroscienziato, parlerebbe si simulazione incarnata. Il nostro sistema motorio non è solo esecutivo, ma anche percettivo. Vivere con il corpo dentro le tue opere e i tuoi movimenti, pur essendone fuori.

Paolo Mezzadri
Bella la simulazione incarnata…poi se ci pensi il silenzio nasce e si allena là dove finiscono le certezze, il silenzio è l’unico linguaggio comune ad ogni essere della terra; quando facevo il volontario a Lourdes capivo gli altri volontari che arrivavano da tutto il mondo in silenzio, usando come riferimenti occhi e mani
il silenzio è l’universo

L’osteria dove ti porterò è il silenzio, tu puoi estraniarti meravigliosamente, il rumore prodotto e’ il giornaliero non c’è superfluo,
non c’è prevaricazione.

Ivan Paterlini
L’osteria mi pare un bel luogo dove continuare…

 

Volumnia

Giugno 17, 2025 / no comments

Dal 20 giugno al 26 luglio 2025 – PIACENZA

LUOGO: Volumnia

INDIRIZZO: Chiesa di Sant’Agostino, Stradone Farnese 33 a Piacenza

ORARI: Evento inaugurale dal tramonto del 20 giugno al tramonto del 21 giugno

CURATORI: Antonello Marotta

SITO UFFICIALE:http://https://volumnia.space/it/esposizione/dario-costi-paolo-mezzadri/

Dario Costi, Paolo Mezzadri
LA MATERIA DELLA LUCE
Piccoli oggetti per abitare il mondo

A cura di Antonello Marotta | Allestimento Studio MC2AA | Catalogo per LetteraVentidue

Presso Volumnia (Chiesa di Sant’Agostino, Stradone Farnese 33), si terrà la mostra “La materia della luce. Piccoli oggetti per abitare il mondo”, curata da Antonello Marotta. L’evento inaugurale si svolgerà dal tramonto del 20 giugno al tramonto del 21, in occasione del solstizio d’estate.

Il progetto artistico

La mostra nasce dal dialogo tra l’architetto Dario Costi e l’artista Paolo Mezzadri. Il primo esplora la luce come elemento compositivo e spirituale; il secondo lavora sul metallo e la sua trasformazione nel tempo. Le loro ricerche si incontrano in un’esposizione che coniuga arte, design e architettura.

La collaborazione tra i due autori

Costi e Mezzadri si conoscono durante una mostra della Fondazione Cariparma e da allora collaborano su vari progetti, tra cui Parma città d’oro e Mare Nostrum. Le loro creazioni uniscono scultura e architettura in un linguaggio poetico e simbolico.

L’allestimento della mostra

La mostra sarà inaugurata il 20 giugno e durerà 24 ore. Saranno esposte piccole sculture nelle navate, una grande installazione nella crociera, e oggetti di design nel coro. Tutti i pezzi sono in tiratura limitata, firmati dai due autori.

Luce, pieghe, materia

Il fulcro dell’allestimento è l’interazione tra geometria, luce e materia. Le opere in metallo dialogano con i raggi solari del solstizio, restituendo una poetica espressiva che unisce funzione e bellezza.

I contributi in mostra

Le opere in mostra sono frutto della sinergia tra disegno architettonico e interpretazione artistica. Ogni oggetto nasce da un principio progettuale che prende forma in materiali differenti, assumendo identità uniche. Il design non è industriale, ma artistico e relazionale.

Biografia di Dario Costi

Professore ordinario all’Università di Parma, Costi è attivo nella progettazione urbana e nella ricerca accademica. Nel suo studio MC2AA si occupa di architettura sociale e rigenerazione urbana.

Lo Studio MC2AA

Dal 2001, Costi e Simona Melli operano attraverso lo Studio MC2AA, con un focus sulla progettazione di spazi per la collettività, unendo dimensione sociale e architettonica.

Biografia di Paolo Mezzadri

Cremonese, nato nel 1966, Mezzadri fonda MyLab Design e poi Metallifilati. La sua arte nasce dal lavoro con il metallo e dall’intento di dare forma a emozioni attraverso la materia.

Il curatore: Antonello Marotta

Architetto e professore, Marotta è il curatore della mostra. Esperto di contaminazione tra arti, ha facilitato il dialogo tra Costi e Mezzadri, collaborando anche all’allestimento.

Il contributo psicoanalitico

Ivan Paterlini, psicanalista, offrirà un’interpretazione critica in catalogo, analizzando le opere come espressione dell’inconscio creativo, con riferimenti alla sua produzione teorica.

L’allestimento

L’architetta Simona Melli, insieme ad Antonio Villa e lo Studio MC2AA, ha progettato l’allestimento negli spazi della chiesa sconsacrata, integrando le opere con l’ambiente storico di Volumnia.

La sonorizzazione dell’allestimento

Il musicista e architetto Fabio Capanni ha creato una composizione originale per la mostra. La sua esperienza nella musica ambient e sperimentale arricchirà l’esperienza sensoriale della visita.

La notte del Solstizio

La notte tra il 20 e il 21 giugno sarà il cuore dell’evento: una comunità temporanea abiterà Volumnia tra buio e luce. La sonorizzazione sarà intervallata da interventi teatrali e di danza, offrendo momenti di riflessione sulla relazione tra luce e umanità.

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Tempo

Giugno 12, 2025 / no comments

Gli spazi come il tempo risuonano a metà, l’altro pezzo, l’altro momento l’altro istante appartiene a noi, siamo noi il senso del tempo completo e dello spazio

un lavoro

ecco il tempo è un lavoro

quasi metodico

meticoloso

talvolta estremamente casuale

direi fragile

il tempo è una porzione, un pezzo di ogni nostro gesto di ogni nostro – atto –

e lo spazio anima che lo contiene vibra e restituisce profondità e talvolta necessario smarrimento

smarrimento necessario

necessario per dialogare con i propri dubbi e nascosti sogni.

Nino

Il tempo come gli spazi.

Ariapiuma fra gli spigoli dei sogni in attesa. Ti ho visto! Puoi uscire.

Se esci ti prendo per mano. E andiamo lontano.

Guarda su, c’è un altro mondo. Andiamo di là e qualche volta ancora più su, dove l’aria si respira con gli occhi, e le mani e il naso.

E andiamo. Che è un altro tempo. Un altro spazio.

Il tempo è solo il tempo. Lo spazio si muove come un’onda e sorride.

L’altro pezzo siamo noi.

Laura

paolomezzadri.com / IG: paolo.mezzadri

PAOLO MEZZADRI – TEMPO/

Venerdì 20 Giugno 2025_ Venerdì 5 Settembre 2025
Feat. House
Via Giuseppe Giacosa, 15
Torino, Italia

tempo-retro

Lausanne Art Fair

Settembre 14, 2023 / no comments

Lausanne Art Fair, locandina

Dialogo con Paolo Mezzadri

Giugno 16, 2023 / no comments

Dialogo con Paolo Mezzadri

Tratto da: https://www.ivanpaterlini.it/component/easyblog/dialogo-con-paolo-mezzadri?Itemid=101 

Nino scritto ieri…ti amo tutti i secondi ma non saprei come amarti per un minuto

Paolo Mezzadri: Mi sono emozionato molto leggendo il tuo articolo sulla mia opera “Il gioco e il tempo”. Come se avessi il telepass per arrivare all’anima della mia arte; mi ha provocato un senso di benessere: ho capito che non si è mai totalmente soli perché a diverse stratificazioni e consapevolezze, apparteniamo. Per un artista che ha perso la fede da molto tempo, non è poco.

Ivan Paterlini: cosa intendi dire Paolo “ho perso la fede”?

P: Anzitutto è il titolo che vorrei dare ad una mia opera futura che sto immaginando. E’ una questione apparentemente contraddittoria. Ho perso la fede perché sono diventato adulto e questo ha interrotto il mio rapporto con i sogni e la magia per la vita. I sogni sono così delicati che non puoi raccontarli a tutti, poi però c’è la mia opera che è intrisa di sogni e di desideri più o meno consapevoli. Potrei dirti che la mia opera resiste quando dico di aver perso la fede, resiste in me una fede inconscia, penso.

I: Spesso ci sono immagini così indelebili (nel bene e nel male) e formative nelle nostre biografie che non accettano revisioni, resistono e si difendono in entrambi i sensi: mantengono e perdono la fede. Poi penso alla dimensione umana dell’essere che non si può né cedere né scambiare con nulla. Resiste istintivamente.

P: Sì, mi pare azzeccata. Nella via della mai infanzia a Cremona, quotidianamente salutavo le tante persone che sentivo appartenere alla mia vita, mi riconoscevano e io mi sentivo parte di quella via/vita. Dal meccanico, alla Bice, al colorificio, all’edicolante per le figurine e loro si interessavano veramente alla vita di quel bambino che poi è diventato un adolescente, un giovane adulto…ora non c’è più nessuno. Ora è tutto chiuso, o meglio, è tutto uguale.

I: Sembrerebbe esserci una doppia malinconia: del passato e del futuro. P: Forse la malinconia delle piccole cose e degli scarti. La mia opera è fatta anche di scarti e di puntelli. Io penso che la psicoanalisi si caratterizzi principalmente nella valorizzazione degli scarti, scarti preziosi. Sono le opere che amo di più. Ho dedicato buona parte della mia ricerca e dei miei scritti a dimostrare che l’analisi si fonda su un processo dinamico-creativo ed estetico in senso etimologico. Un po’ come i materiali che usi nella costruzione delle tue opere.

P: Si…in “ho perso la fede” vorrei utilizzare il lino. Lino come materiale leggero, come seconda pelle, un viaggio, il profumo delle spezie, consumato, tagliato, ordinato sopra strutture sgraziate in ferro. Lo sto immaginando così: lino come stratificazioni di fragilità. Nelle mie opere la fragilità è immensamente presente. Ma anche dei tavoli di legno lunghissimi e sopra migliaia di barattoli con dentro lettere: una, mille. I nostri pensieri e le nostre narrazioni non scadono mai, devi solo cercare il tuo barattolo, non si deteriora nulla, non so come, ma ci sono. Queste sono le prime idee.

I: Penso alla vulnerabilità e alla fragilità di quel bambino di cui parlavi, sempre aperto al cambiamento e alla vita. Ma anche alla fragilità come una questione ontologia, che appartiene costitutivamente all’umano. La tua opera Radice parla proprio di questo se non sbaglio.

P: Esatto! L’ho presentata in questo modo: ” Immagino tempi dove le fragilità possano diventare virtù e dove le pieghe, le curve e le disagevoli mulattiere dell’anima diventino percorribili racconti e incontri”.

I: La sensazione fisica che si ha a contatto con il tuo materiale, con la tua materia, sembra mettere insieme il vuoto e il pieno, l’ineffabile. Nelle tue opere si sente la presenza fisica e corporea del ferro e della terra.

P: l’opera non parla solo della biografia, parla di tanto altro e gode di ampia autonomia, però in questo caso il ricordo di mio nonno fabbro mi pare troppo evidente e forte. Mio nonno batteva il ferro, faceva il maniscalco e il fabbro. Mi diceva che il ferro non fa rumore se lo batti bene, ascoltandolo non sentivi dissonanze perché lui lo batteva piatto il ferro. Il ritmo che trovava era straordinario. Ho ideato anche un’opera che parla di lui, di noi.

I: Paolo, tu lavori in un posto straordinario, un castello, il castello di Montanaro. Ho l’impressione che tu lo stia difendendo con la tua arte dall’oblio e dall’abbandono.

P: Io vivo in un castello abbandonato del 1070 con ottanta stanze che da 1945 al 1975 fu un educatorio che ospitava bambini, soprattutto orfani che imparavano anche un lavoro. Sento i bambini che corrono e chiedo loro d’essere benevoli con me perché non sono li per saccheggiare, ma per creare. Ho bisogno di vuoti e non di pieni accatastati e solo in quel posto posso trovarli. Questo castello è un bambino che mi aspetta, sempre, per giocare. Per me il gioco è un motore creativo e mi commuove. È tutto così gratuito e autentico.

I: Nelle tue opere, si sente l’urgenza e la necessità di un ritorno a un’etica autentica, che riesca a far coabitare l’uomo col suo limite senza l’anestesia e la narcosi delle cose senza ricordi, del tutto intercambiabile, del troppo pieno bulimico della società contemporanea. Guardo la borsa di lavoro di Paolo, dove conserva bozze, schizzi estemporanei, pensieri che passano. E’ straordinaria: serissima ma nello stesso tempo improbabile, con una maniglia di ferro; gli chiedo se posso provarla. Sento nella mano sensazioni di dolore e di piacere, di leggerezza e pesantezza, di antico/antichissimo e di futuro, sento in un dettaglio la presenza di un artista alla ricerca di un linguaggio condivisibile, soprattutto con i tanti bambini dentro ognuno di noi.

 

Arte

Marzo 13, 2023 / no comments

ARTE!

Giovedì 9 marzo 2023, Corso Genova 28, Milano

Fondata nel 2004 da Federica Ghizzoni con il nome Spazioinmostra, la galleria si è sempre dedicata alle più recenti ricerche nell’ambito dell’arte contemporanea. La particolare attenzione ai nuovi linguaggi visivi che, dalla fine degli anni ’90 fino ad oggi, sono stati dei protagonisti simbolici in ambito italiano e internazionale, è stato un focus preciso e accurato della galleria. Federica Ghizzoni ha infatti ricercato, sperimentato e messo in mostra artisti di matrice pop e di provenienza della street art toccandone i più diversi media.

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