
RELAZIONE TECNICO-CRITICA DELL’OPERA
L’opera Le radici del Tempo di Paolo Mezzadri si inserisce coerentemente nel percorso artistico dell’autore, caratterizzato da una ricerca espressiva centrata sull’utilizzo del ferro come materia primaria e simbolica.
La produzione artistica di Mezzadri si distingue per la capacità di trasformare un materiale industriale e strutturale in linguaggio espressivo, attraverso lavorazioni che includono piegature, torsioni e deformazioni, generando forme che oscillano tra equilibrio e tensione.
Come evidenziato anche nella critica di Donatella Migliore, l’opera di Mezzadri nasce da una riflessione sul rapporto tra materia e linguaggio, dove elementi come lettere, segni e forme umane diventano espressione di una tensione interiore e sociale. Il ferro, da supporto strutturale, si trasforma in veicolo emotivo: il segno e il gesto prendono corpo, diventando visibili e tangibili.
L’opera in oggetto presenta quindi un valore artistico e culturale rilevante, in quanto esprime in modo coerente e riconoscibile i tratti distintivi della ricerca dell’artista, unendo forza materica e contenuto concettuale.
A supporto della presente valutazione, si riporta di seguito un estratto della riflessione critica sull’opera e sulla ricerca dell’artista.
APPROFONDIMENTO CRITICO
Il punto di partenza è il ferro: la sua origine e la sua storia, personale e artistica.
La forza è il punto d’arrivo: in mezzo forme piegate, contorte, tagliate, concave e convesse, levigate o arrugginite. Paolo Mezzadri è attratto dallo “sbaglio di natura” per dirla con Montale, da quell’anello che non tiene e che fa andare oltre, fa scoprire ciò che la materia tiene tutto per sé e svela solo ai più attenti, ai curiosi, a chi non teme la rivelazione.
I labirinti del metallo: facile considerarli semplici intrecci formali, strutture decorative o esercizi di lavorazione. Ma è proprio in queste configurazioni che la materia sembra smarrire la sua funzione originaria per assumere una dimensione più complessa. I percorsi si aggrovigliano, si interrompono, si riprendono, come accade nei pensieri e nelle esperienze interiori. Le strutture si sviluppano in trame che non conducono a un’unica direzione, ma suggeriscono possibilità, deviazioni, ritorni. In queste forme si percepisce la tensione tra controllo e perdita di orientamento, tra costruzione e disorientamento, come se il metallo stesso trattenesse e restituisse il movimento di una ricerca continua.
La materia si deforma, si piega, si stratifica: il segno diventa corpo, il gesto diventa struttura. La tensione espressiva si traduce in forme che trattengono energia, come se la materia stessa conservasse traccia di un movimento interiore.
È uno sguardo disincantato sulla realtà, sul nostro frenetico arrabattarci che ci fa perdere continuamente tempo, che non ci fa vivere il presente presi come siamo dall’ansia per il nostro futuro.
Donatella Migliore
Tratto da una recensione pubblicata su www.paolomezzadri.com